Guardare
al Cristo trafitto,
luogo da cui emergono la vita e lamore
Indicazioni per
una morale fondamentale
al cuore che si trova il centro; per questo che il cuore divino-umano oggetto di un culto e la testa solo quando essa coperta di sangue e piaghe, come rivelazione del cuore. Hans Urs von Balthasar
Leggendo lenciclica di Benedetto XVI Deus caritas est, si colpiti dallimportanza attribuita allo sguardo rivolto al costato aperto del Cristo crocifisso. Che cosa significa questo sguardo? La sua natura non ne fa forse una sorta di intermediario, di mezzo, che permette ai credenti di avere accesso allintimit divina? (1). Conosciamo linsistenza dellenciclica sullimpegno di carit della Chiesa a favore di tutti. Si pu rinvenire in questo sguardo un punto di scaturigine di questa vita di carit? (2). Ecco le due domande su cui si appunter la nostra attenzione in questo breve intervento pensato dal punto di vista della morale fondamentale.
1. Guardare al Cristo trafitto. Che significa?
Leggiamo anzitutto i testi nei quali Benedetto XVI parla di questo sguardo e del suo oggetto, il costato aperto del Crocifisso:
Quando Ges nelle sue parabole parla del pastore che va dietro alla pecorella smarrita, della donna che cerca la dracma, del padre che va incontro al figliol prodigo e lo abbraccia, queste non sono soltanto parole, ma costituiscono la spiegazione del suo stesso essere ed operare. Nella sua morte in croce si compie quel volgersi di Dio contro se stesso nel quale Egli si dona per rialzare l'uomo e salvarlo — amore, questo, nella sua forma pi radicale. Lo sguardo rivolto al fianco squarciato di Cristo, di cui parla Giovanni (cfr 19, 37), comprende ci che stato il punto di partenza di questa Lettera enciclica: Dio amore (1 Gv 4, 8). l che questa verit pu essere contemplata. E partendo da l deve ora definirsi che cosa sia l'amore. A partire da questo sguardo il cristiano trova la strada del suo vivere e del suo amare[1].
Lo sguardo di cui parla il papa in questo testo non evoca certamente il semplice sguardo gettato distrattamente sulle persone e sulle cose. piuttosto uno sguardo che scruta, legge dentro il suo oggetto, lo situa in rapporto ad altri elementi che lo circondano. Letteralmente, uno sguardo che comprende ci che stato il punto di partenza di questa Lettera enciclica: Dio amore (1 Gv 4, 8). anche uno sguardo che coglie che lamore di Dio apparso nel Trafitto del Golgota e che questo amore pu essere sperimentato a partire da lui. infine uno sguardo che scopre nel costato aperto del Crocifisso un cammino di vita e damore.
Da questi dati, evidente che un tale sguardo coinvolge lessere umano nella sua totalit, vale a dire nella sua dimensione spirituale (intelligenza e volont), cos come corporale, sensibile ed emotiva. Esso comprende altres la fede ovvero unadesione alla realt contemplata e un legame con essa. Si potrebbe riassumere questa analisi con laiuto di due termini: uno sguardo che riconosce lamore che Dio e che dona di sperimentare questo amore.
Ecco, mi pare, ci che si pu evincere dalla lettera del testo pontificio per determinare la natura di questo sguardo. Ma poich il papa situa questo sguardo nellorbita dello sguardo contemplativo di cui parla san Giovanni a seguito della trasfissione di Ges sulla croce: Volgeranno la sguardo a colui che hanno trafitto (Gv 19, 37), non sarebbe affatto sconveniente consultare lesegesi scientifica di questo passo per cercarvi precisazioni, o anche complementi e arricchimenti ai risultati della nostra analisi. Prima di usare questo criterio esterno, si dovr ancora restare nella sfera dellenciclica, fissando la nostra attenzione su due testi che le sono pi direttamente apparentati, luno che appartiene al teologo Ratzinger e laltro che proviene dal magistero recente di Benedetto XVI.
Il primo testo che risale al 1981 non in effetti senza aggancio con alcuni dati centrali di Deus caritas est. Si tratta di uno studio dellenciclica Haurietis aquas (1956) dove Pio XII riflette sui fondamenti teologici della devozione al Sacro Cuore[2]. Il papa vi propone una teologia della corporeit e dellincarnazione che Ratzinger riassume cos, facendola sua:
Per entrare nel mistero di Dio, luomo ha bisogno di guardare, di fermarsi a guardare, sguardo che diviene tocco. Egli deve camminare per la scala del corpo, per trovare in essa la via a cui lo invita la fede[3].
Un po pi sopra nel testo, Ratzinger, in accordo con lenciclica e a complemento del punto di vista troppo unilateralmente pasquale delle riflessioni di Hugo Rahner sullargomento[4], aveva insistito sul principio dellincarnazione. Certo – scrive in sostanza – lincarnazione non esiste come un in s. Essa esiste per superarsi ed aprirsi alla dinamica del mistero pasquale. Questa dinamica si fonda sul fatto che Dio, nel suo amore paradossale, si trascende nella carne e nella passione dellessere umano. Ma non che in questo superamento di Dio che appare ora questo superamento interno di tutta la creazione, deposto in essa dal Creatore: la visione dellInvisibile nel visibile un avvenimento pasquale. , dice il nostro autore, esattamente ci che afferma lenciclica di Pio XII riferendosi a Gv 20, 26-29. Poi egli commenta:
Tommaso lincredulo, che per poter credere ha bisogno di guardare e di toccare, mette la sua mano nel costato aperto del Signore e cos, nel toccare, riconosce lIntoccabile e lo tocca veramente; contempla lInvisibile e lo vede veramente Mio Signore e mio Dio (20, 28). Lenciclica illustra ci con la bella citazione della Vigna mistica di Bonaventura che tra i punti di riferimento duraturi di ogni devozione al Cuore di Ges: La ferita del corpo mostra la ferita spirituale Contempliamo, attraverso la ferita visibile, linvisibile ferita dellamore![5].
Alla lettura di questi testi, non cՏ dubbio che un elemento importante dello sguardo dei credenti rivolto al costato aperto del Signore di cui parla Benedetto XVI nella sua enciclica, si trovi confermato. Mediante la forte teologia della corporeit e dellincarnazione proposta da Pio XII, teologia commentata ed accolta da Ratzinger, luomo, ogni uomo, pu fare esperienza di Dio. Pi precisamente ancora: mediante la contemplazione del costato aperto del Crocifisso, il credente penetra nellamore divino, vi ha accesso.
Questo commento ratzingeriano dellenciclica di Pio XII mi suggerisce di esaminare rapidamente la lettera che Benedetto XVI ha fatto pervenire recentemente (15 maggio 2006) al R. P. Peter-Hans Kolvenbach, Preposito generale della Compagnia di Ges, in occasione del 50 anniversario della stessa enciclica[6]. Mentre il testo precedente era un lontano presagio dellenciclica Deus caritas est, questo si situa immediatamente nel suo solco. Spigoliamone alcuni passaggi prima di commentarli brevemente nella linea della nostra ricerca.
Potremo cos meglio comprendere – scrive il papa allinizio della sua lettera – che cosa significhi conoscere in Ges Cristo (trafitto) lamore di Dio, sperimentarlo tenendo fisso lo sguardo su di Lui, fino a vivere completamente dellesperienza del suo amore, per poi poterlo testimoniare agli altri.
Tre parole-chiavi sono qui correlate allo sguardo rivolto al Cristo trafitto: conoscere, sperimentare e testimoniare. Soffermiamoci per il momento sui primi due seguendo la spiegazione che il papa d nel proseguo del testo.
Poich lamore di Dio ha trovato la sua espressione pi profonda nel dono che Cristo ha fatto della sua vita per noi sulla Croce, soprattutto guardando alla sua sofferenza e alla sua morte che possiamo riconoscere in maniera sempre pi chiara l'amore senza limiti che Dio ha per noi.
Ed un poco oltre:
Riconoscere lamore di Dio nel Crocifisso diventata per (tutti) unesperienza interiore che ha fatto loro confessare, insieme a Tommaso: Mio Signore e mio Dio! (Gv 20,28), permettendo loro di raggiungere una fede pi profonda nellaccoglienza senza riserva dellamore di Dio.
Conoscenza ed esperienza qui si fondono. Un poco sotto, il papa lo dice esplicitamente. Esperienza e conoscenza sono indissociabili. Luna fa riferimento allaltra. E prosegue:
Occorre peraltro sottolineare che una vera conoscenza dellamore di Dio possibile soltanto nel contesto di un atteggiamento di umile preghiera e di generosa disponibilit. Partendo da tale atteggiamento interiore, lo sguardo posato sul costato trafitto dalla lancia si trasforma in silenziosa adorazione. Lo sguardo al costato trafitto del Signore, dal quale scorrono sangue e acqua (cfr Gv 19,37), ci aiuta a riconoscere la moltitudine dei doni di grazia che da l provengono e ci apre a tutte le altre forme di devozione cristiana che sono comprese nel culto al Cuore di Ges.
Ritroviamo qui messi bene in rilievo due dati che definiscono lo sguardo di cui parla la Deus caritas est: la conoscenza dellamore di Dio e la possibilit di farne lesperienza[7].
Come gi annunciato, veniamo ora allesegesi di Gv 19, 37 nella cui orbita inscritto lo sguardo, oggetto della nostra ricerca. Lo faremo con lausilio di due specialisti del pensiero giovanneo.
Nel commento a questo versetto, R. Schnackenburg[8] si domanda anzitutto chi sono coloro che vedono? I soldati? I Giudei? Gli uomini in generale che sono colpevoli della morte di Ges? O ancora quanti il cui sguardo si porta ora sul Crocifisso? Egli si pronuncia in favore dei due ultimi gruppi di persone[9].
Quindi, passa allesegesi dellespressione volgere lo sguardo a colui che hanno trafitto. Si potrebbe riassumere la sua interpretazione nella seguente maniera. La scena da comprendere in una prospettiva salvifica di conversione e di grazia. Cinque motivi sono evocati per illustrare questa osservazione. Due di essi sono particolarmente significativi per il nostro argomento.
Il volgere lo sguardo del nostro versetto da ravvicinare ad un altro passaggio di grande valore per il vangelo. Si tratta di Gv 3,14 dove lelevazione del serpente nel deserto diviene il tipo dellelevazione del Figlio delluomo. Certo, continua il nostro esegeta, lespressione guardare verso non appare (in questo versetto); ma questo guardare verso in Nm 21, 8 la condizione per restare in vita e in Gv 3, 15 la fede interviene per ottenere in lui, lElevato da terra, la vita eterna. Questa elevazione del Figlio delluomo ha ora avuto luogo[10].
Affine a Gv 19, 37, anche Gv 8, 28. Dopo aver elevato il Figlio delluomo, i Giudei riconosceranno lautentico essere di Ges e il suo significato espressi nel famoso Io sono. vero che si discute se sia la prospettiva del giudizio o quella della salvezza ad essere qui predominante. Ma, ritiene il nostro autore, non si deve escludere la possibilit di un riconoscimento che conduce alla salvezza e alla conversione.
Passiamo al nostro secondo esegeta, Simon Lgasse, che offre, del nostro versetto giovanneo, un commento succinto e tutto sommato abbastanza vicino a quello di Schnackenburg. Cito:
Non inutile rilevare che lo sguardo fissato sul trafitto , secondo il contesto di Zaccaria, un atto positivo, poich accompagnato da un solenne e clamoroso pentimento. Questa nota trova uneco in Giovanni se ci si ricorda di altri passi dove si vanta il beneficio universale della morte di Ges (12, 24.32). Pi particolarmente, si pensa alla dichiarazione di Ges a Nicodemo: E come Mos innalz il serpente nel deserto, cos bisogna che sia innalzato il Figlio delluomo, perch chiunque crede in lui abbia la vita eterna (3, 14.15). Certo, questo testo non menziona lo sguardo implicato nel libro dei Numeri (21, 8-9) e che procurava la guarigione dei ribelli. Ma questo sguardo, simbolo di fede, sottinteso nellutilizzo di questo episodio di Giovanni. In tal modo plausibile affidare, secondo la citazione di Zc 12, 10, agli spettatori colpevoli del Calvario[11], lincarico di incarnare i peccatori aderenti al Cristo nella fede e nella conversione, ricevendo da lui il perdono e la salvezza[12].
Secondo questi due esegeti dunque, lo sguardo posato sul Trafitto del Golgota uno sguardo che implica la fede in lui, fede che mette in rapporto con lui e che dona laccesso alla sua salvezza. Secondo Schnackenburg, anche uno sguardo che riconosce lidentit reale di Ges e il suo significato.
cos che ritroviamo, tranne qualche sfumatura, gli elementi essenziali dello sguardo di cui parla lenciclica Deus caritas est: riconoscimento dellamore di Dio in Ges crocifisso ed esperienza di questo amore divino. Il pensiero di Benedetto XVI quindi non si distingue sostanzialmente dal pensiero giovanneo che gli serve da ispirazione. Ben al contrario. Esso vi si inserisce organicamente e si vede, di rimando, confermato e arricchito.
2. Una strada per vivere e per amare
A questo rapporto con lamore divino manifestato nel Cristo trafitto fa seguito un agire che vi corrisponde. Alcuni testi di Benedetto XVI gi citati sono espliciti a questo proposito.
A partire da questo sguardo (sul Cristo trafitto) il cristiano trova la strada del suo vivere e del suo amare[13].
Ed ancora:
Potremo cos meglio comprendere che cosa significhi conoscere in Ges Cristo (trafitto) lamore di Dio, sperimentarlo tenendo fisso lo sguardo su di Lui, fino a vivere completamente dellesperienza del suo amore, per poi poterlo testimoniare agli altri[14].
Del suo vivere e del suo amare. Per poi poterlo testimoniare agli altri. Per illustrare adeguatamente questi testi, tutta la seconda parte dellenciclica che bisognerebbe riprendere nei suoi dati essenziali. Siccome tale lavoro supera i limiti di questo intervento[15], mi accontenter di suggerire alcune piste di riflessione alla luce del testo meno conosciuto della gi citata Lettera di Benedetto XVI al P. Kolvenbach.
Il papa sottolinea che lo sguardo rivolto al Signore, che ha preso le nostre infermit e si addossato le nostre malattie (Mt 8, 17) dovrebbe renderci pi presenti alla sofferenze e ai bisogni altrui. Dunque non ripiegamento su noi stessi, ma disponibilit piena a vivere per gli altri.
La contemplazione adorante del costato trafitto di Ges dovrebbe anche renderci pi permeabili alla volont salvifica di Dio e alimentare in noi il desiderio di diventare strumenti di redenzione. Accogliendo i doni dal costato aperto (del Signore), dal quale sono sgorgati sangue e acqua (cfr Gv 19,34), la nostra vita dovrebbe divenire per gli altri sorgente da cui promanano fiumi di acqua viva (Gv 7,38).
Il papa sottolinea infine un punto che riprende in qualche modo la struttura della nostra esposizione aggiungendovi unallusione a un elemento latente nelle nostre riflessioni, la presenza sacramentale del Cristo trafitto: a fondamento della nostra capacit damare, cՏ il culto dellamore che si rende visibile nel mistero della Croce, ripresentato in ogni Celebrazione eucaristica. solo in unione a questo amore che si pu essere annunciatori credibili del suo amore. Questo aprirsi alla volont di Dio, per, deve rinnovarsi in ogni momento: Lamore non mai finito e completo.
***
Concludiamo. Si potrebbe pensare che lo sguardo posato sul Trafitto che dona di conoscere e di gustare lamore di Dio per gli uomini si traspone, nel credente, in un cuore che vede[16]. in effetti unespressione che Benedetto XVI utilizza spesso nella seconda parte della sua enciclica per tradurre l'atteggiamento che presiede, come presso il Buon Samaritano, allopus caritativo dei cristiani[17], opus di cui ha parlato ancora nella sua Lettera al P. Kolvenbach. Qui si pone una domanda. A motivo delle sue radici, non si potrebbe adottare questa espressione come un condensato insieme significativo e attraente per designare e concepire una morale fondamentale che, secondo le indicazioni di Vaticano II[18], riconosca Cristo come centro della riflessione etica?[19]
Ral Tremblay C.Ss.R.
[1] Deus caritas est, n. 12. Cf. anche il n. 19.
[2] J. Ratzinger, Schauen auf den Durchbohrten. Versuche zu einer spirituellen Christologie, Einsiedeln, Johannes Verlag, 1984, 41-59.
[3] Schauen, 47. (Traduzione mia).
[4] Si tratta, tra le altre, delle opere: Maria und die Kirche, Innsbruck, Marianischer Verlag, 1951 e Mater ecclesiae. Lobpreis der Kirche aus dem ersten Jahrtausend, Einsiedeln, Johannes Verlag, 1944.
[5] Schauen, 46. (Traduzione mia).
[6] Cf. http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/letters/2006/documents/hf_ben-xvi_let_20060515_50-haurietis-aquas_it.html
[7] Nelle citazioni della Lettera del papa, i corsivi sono nostri.
[8] R. Schnackenburg, Das Johannesevangelium (HThKNT., IV/3), Freiburg-Basel-Wien, Herder, 19793, 343-345.
[9] Mentre Lgasse, che presto citeremo, si pronuncia per i maggiorenti giudei e i carnefici romani.
[10] R. Schnackenburg, Das Johannesevangelium. 3, 344 (traduzione mia).
[11] Notiamo di nuovo la differenza tra questa interpretazione e quella di Schnackenburg.
[12] S. Lgasse, Le procs de Jsus. 2. La passion dans les quatre vangiles (LDComm. 3), Paris, Cerf, 1995, 573 (traduzione mia).
[13] Deus caritas est, n. 12.
[14] Lettera di Benedetto XVI gi citata. (Il corsivo mio).
[15] Cf. su questo punto il mio studio: La figura del Buon Samaritano, porta dingresso nellenciclica di Benedetto XVI Deus caritas est, in StMor 44(2006).
[16] Si potrebbe trovare lorigine pi o meno lontana di questa espressione, sempre riportata tra virgolette, in un testo di Riccardo di San Vittore (amor oculus est et amare videre est) ed in un aforisma di Saint-Exupry (non si vede bene che con il cuore). I due passi sono del resto citati in Schauen, 47-48.
[17] Per i testi, si veda il mio studio citato alla nota 15.
[18] Cfr Optatam totius 16.
[19] Per saggi in questo senso, vedere: F. Maceri, La vocazione delluomo allamore nel Cristo trafitto. Principi di teologia morale fondamentale nella Deus caritas est et C. Cannizzaro, Leucaristia o il cuore sempre aperto del Cristo e il fondamento cristologico-sacramentale della morale nella Deus caritas est, in R. Tremblay (a cura di), Deus caritas est. Quale significato per la teologia morale?...