Un dittico pasquale
I. Venerdì santo: O crux, ave, spes unica
Davvero, tutto è di dimensione divina nei testi sacri che abbiamo appena letto e che ci parlano della figura del “Servo di Yahvé” (cf. Is 52, 13-53, 12) e del suo compimento nella passione e morte di Gesù sul Golgota narrate da Giovanni (cf. Gv 18, 1-19, 42).
◊ Si pone subito una domanda: perché questi fatti sono “di dimensione divina”? A questa domanda, si potrebbe rispondere così:
Poteva un uomo soffrire più di quanto ha sofferto Gesù? Sofferenze morali comprendenti il tradimento di Giuda, il rinnegamento di Pietro, l’abbandono dei suoi discepoli, le beffe delle autorità giudaiche e dei soldati, il rigetto del popolo, lo spogliamento della crocifissione, ecc.
Sofferenze teandriche-interiori poi la cui esatta intensità ci sfugge poiché nessuno di noi è, come Gesù, al contempo “sì” totale al Padre (cf. Eb 5, 7-8) e colui che porta “il peccato di molti” (Is 53, 12). Il sudore di sangue di Getsemani (cf. Lc 22, 44) lascia indovinare un po’ la profondità abissale di queste sofferenze.
Sofferenze fisiche, infine, poiché nemmeno un millimetro del corpo di Gesù è stato risparmiato dai torturatori. Flagellazione illimitata, coronazione di spine, portare la croce, crocifissione, colpo di lancia che gli apre il fianco e il cuore.
Fatti “di dimensione divina” dunque, perché Gesù fu, nel senso stretto del termine, l’“uomo dei dolori” (Is 53, 3.6-8; Sal 21, 1-23). Il Figlio si è reso accessible, permeabile alla malizia peccaminosa degli uomini (cf. Gv 10, 18; 14, 31) e Dio “l’ha fatto peccato per noi” (2Cor 5, 21; cf. Rm 8, 3; Gal 3, 13, 1Gv 3, 5).
◊ Riprendiamo di nuovo la domanda di partenza: perché i fatti narrati dai testi che abbiamo ascoltato sono “di dimensione divina”? A questa domanda, si potrebbe rispondere così:
Perché il dolore eccessivo di Gesù, dolore smisurato ai nostri occhi umani, è la misura di Dio, la misura del suo amore per noi. Dio non può essere meno di se stesso. Quando entra nel nostro mondo di peccato per dirci il suo amore redentore, è la croce che si alza e risplende. Cosicché, tenendoci davanti alla Croce, venerandola come faremo fra poco, è davanti a Dio che ci troviamo, è lui che contempliamo. Gesù l’aveva detto ai giudei durante la sua vita terrena: “Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora saprete che Io Sono” (Gv 8, 28), cioè saprete che io sono il Figlio unico inviato dall’amore del Padre “perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3, 16).
◊ Riprendiamo ancora una volta la domanda di partenza: perché i fatti narrati dai testi che abbiamo ascoltato sono “di dimensione divina”? A questa domanda, si potrebbe adesso rispondere così:
Dio che si dice nella Croce non è solamente Qualcuno che si presenta a noi o davanti a cui noi stiamo. Egli è anche Qualcuno nel quale noi ci troviamo per inclusione. Manifestazione, epifania per eccellenza dell’amore che Dio è (cf. 1Gv 4, 8. 16), la Croce comprende perciò una forza d’attrazione irresistibile. Gesù l’aveva detto ai giudei durante la sua vita terrena: “Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12, 32).
Per questo, coloro che “seguono” Gesù crocifisso, che si abbandonano, si offrono alla sua forza d’attrazione, portano la loro croce (cf. Gv 12, 26; Mc 8, 34s.par). Essendo l’espressione dell’amore che Dio è, la Croce dev’essere comunicata e condivisa, come l’ha del resto mostrato Gesù che, in cammino verso il Golgota, ha permesso che essa sia affidata a Simone di Cirene (cf. Mt 27, 32par) dopo averla lasciata ai suoi in “memoriale” nell’eucaristia (cf. Mt 26, 26-29par).
Non bisogna dunque temere la Croce che, nella logica della sequela o dell’intimità eucaristica, è da portare. Essa è il peso dell’amore divino. Dire ciò non implica che la Croce sia un gioco da bambini in cui non ci sarebbe né angoscia, né paura, né sofferenza, ecc. Dire ciò significa che la Croce è certo sempre un “peso”, ma anche un focolare che genera le energie divine necessarie al suo proprio sollevamento, un rimedio che brucia le nostre piaghe e così le guarisce (cf. 1P 2, 24; Is 53, 12). “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza” (2Cor 12, 9), risponde il Signore a Paolo che domandava d’essere liberato dalla spina che affliggeva la sua carne.
Sotto quest’angolazione, la Croce condivisa diviene prolungamento della Croce di Gesù e dunque del suo amore per il mondo. È quindi a partire dalle nostre croci che estendono l’ombra benefica della Croce del Calvario sull’universo che pregheremo ora per la Chiesa e il mondo.
II. Domenica di Pasqua: Iam pascha nostrum Christus est, agnus occisus innocens
Si può facilmente immaginare la scena che san Giovanni ci ha appena raccontato (Gv 20, 1-9). Siamo all’alba del giorno dopo il solenne sabato della Pasqua giudaica. Spinta dal suo amore, Maria è già in cammino per recarsi al sepolcro in cui hanno deposto Gesù il venerdì precedente, al calar del giorno.
Con sua grande sorpresa, trova la tomba aperta, senza la grande pietra che ne serrava l’ingresso. Ella non entra nel sepolcro, ma fa dietrofront e va a raggiungere Simon Pietro e il discepolo “che Gesù amava” per informarli della sottrazione del Signore. Si sarà notato che non è ancora in ballo la risurrezione. Questa professione di fede toccherà agli apostoli di Gesù, e non a uno qualunque, ma a Giovanni, il prediletto.
Il testo sacro ci descrive poi la corsa dei due discepoli verso il sepolcro. Giovanni arriva per primo, ma non entra. Lascia la precedenza a Pietro, il capo dei Dodici. L’apostolo constata che il corpo di Gesù non è più là. Non vede che i lini che sono serviti alla sua sepoltura. Niente è detto su ciò che Pietro pensa. Entrato a sua volta nel sepolcro, Giovanni osserva gli stessi fatti di Pietro. E il testo sacro nota: “vide e credette”, vale a dire credette che Gesù era risuscitato di tra i morti. Giovanni fu dunque il primo credente nella risurrezione del suo Maestro. Il testo sacro continua in effetti: “Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti”.
Ci si può domandare perché Giovanni fu il primo a confessare la risurrezione di Gesù allorché Pietro, messo alla presenza degli stessi fatti, rimane alla pura osservazione di questi fatti.
Notiamo che il testo sacro parla esplicitamente dell’amore singolare che Gesù portava a Giovanni e che la sua confessione di fede nella risurrezione è preceduta dal “vedere”: “vide e credette”. Questo “vedere” giovanneo non è affatto uno sguardo gettato sull’esteriorità o la superficie degli esseri e delle cose. È uno sguardo profondo che giunge al cuore degli avvenimenti, li comprende e li esplica. Un tale sguardo non è possibile che in virtù dell’amore – Giovanni era, ripetiamolo, il discepolo che Gesù amava. Ciò significa che la fede nella risurrezione di Gesù si radica nell’amore che viene da Gesù. Sono gli “occhi del cuore” (espressione cara a san Paolo) che la fanno nascere e che danno la forza di aderirvi e di professarla.
Questo dato che rappresenta come il nucleo duro di questo evangelo di Pasqua vale ugualmente per noi. Per riconoscere che Gesù è il “Giudice dei viventi e dei morti” scelto da Dio (cf. At 10, 42), le nostre forze umane (le nostre capacità d’osservazione per esempio) non sono sufficienti. Occorre di più, occorre la luce dell’amore divino. Della necessità dell’amore per comprendere gli esseri e gli avvenimenti, facciamo l’esperienza tutti i giorni. Quanto più ciò non si impone quando si tratta di cogliere, attraverso l’assenza del Crocifisso, la presenza di Colui che vive?
A questa sfida, siamo confrontati “qui e ora”. Paolo riconosce nel pane senza lievito dell’eucaristia la presenza del Cristo: “Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato!” (1Cor 5, 7). Come riconoscere una tale presenza servendoci, un po’ come Pietro davanti alle bende del Crocifisso, solo dello sguardo del puro osservatore degli esseri e delle cose? Per comprendere che questo pane e questo vino sono la presenza del Risorto tra noi, occorre un secondo sguardo, quello di Giovanni per l’appunto, lo sguardo dell’amore.
Domandiamo a Gesù come grazia pasquale di fortificare e d’affinare il nostro sguardo per mezzo dell’amore, il suo amore, per essere capace di riconoscerlo ovunque egli è e soprattutto nell’eucaristia, sacramento pasquale. In questo modo, e nutriti del pane di Vita, potremo confessare che la Vita ha vinto la morte e che, a dispetto delle apparenze, è Gesù, il “Principe della Vita”, che avrà l’ultima parola su tutte le strategie di morte che affliggono tanti settori della vita pubblica e tante regioni del mondo attuale.
Il Cristo è risorto! Alleluia.
È veramente risorto! Alleluia, Alleluia!
Réal Tremblay C.Ss.R.